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Per un principio superiore: la politica

4 Luglio 2010 Nessun Commento

Anche quest’anno, sulle Alpi italiane a Ponte di Legno e al Passo del Tonale, dal primo al 4 agosto 2005, ha luogo l’esperienza culturale di Tonalestate, che, come ogni anno, mobilita l’attenzione verso ambienti, avvenimenti, circostanze, interessi, problemi e situazioni inesplorati, nuovi o emergenti.

Durante le giornate di Tonalestate, si pongono (alle personalità del mondo artistico, culturale, letterario, religioso, scientifico o sociale che accettano di intervenire) domande che, di fronte all’inadeguatezza nostra a immaginare e a prevedere il futuro, possano giungere almeno ai più profondi e ultimi interrogativi circa l’uomo e il suo significato.
Quest’anno, sotto il titolo di “Per un principio superiore”, Tonalestate desidera riflettere sul tema della politica, poiché, oggi, l’azione politica produce uno spaesamento e un disagio molto evidenti.
Proprio per questa evidenza vissuta, il tema della politica moderna non poteva essere tralasciato dall’impresa culturale di Tonalestate, anche se si tratta di un argomento che, superando il cinismo di chi guarda soltanto la superficie, può turbare e sconcertare, dato che mai forse come nel secolo scorso (che si protrae in questo scorcio del nuovo e che pure ebbe, quasi 150 anni fa, il “Manifesto del Partito Comunista” di Marx e la “Rerum Novarum” di Leone XIII) si videro nella storia né si votarono né si osannarono, contemporaneamente, sulla faccia della terra, così tanti personaggi che si attagliano ai volti dei “criminali che insanguinano i secoli” (per dirla con Arthur Rimbaud).

Cosa è, oggi, la politica, in una società che, una volta almeno, si voleva fondata su un ordine e “un principio superiore” di giustizia, umanità e pace? Oggi, l’uomo non è divenuto un oggetto, uno strumento? Quella che domina non è forse una “ragione strumentale”, in cui tutti diventiamo oggetto (del primo che allunga una mano per possedere l’intera realtà) e strumento per i progetti di quel “qualcuno” che è più potente?

LA POLITICA
Con la discreta maturità, dono degli anni, che ci si trova addosso, si guarda in modo attento la realtà, se ne vedono i compagni di cammino, gli uomini, se ne seguono le prospettive, nei giovani, si riflette sugli eventi, più imprevisti che programmati, e, comunque, ci si sorprende ad argomentare sull’esistere. Così facendo, poi (a patto che si voglia ragionare anziché blandire o deprecare), ci si sente, n el quadro che immediatamente ne risulta, come immersi in un mondo che, sì, si sviluppa, ma che fa sperimentare un declino; si vive in una terra quasi straniera e ostile, dominati da uno spaesamento sempre più terribile, fino a giungere a chiedersi se non sia stato un inganno tutto ciò che, per gli anni addietro della nostra vita, abbiamo assorbito e vissuto come armonia, giustizia, valore e dovere.
In particolare, per quanto riguarda la politica, la quale, complessivamente, ospita in sé le varie sfaccettature dell’umano sociale, lo sguardo vede che si sta affermando non solo, come ha detto Hannah Arendt, un regime politico di “tirannia della maggioranza”, ma addirittura quello (indipendentemente dai “Citizen Kane” al governo) di una dittatura di cui siamo inconsapevoli; è dittatura morbida, ma dittatura è.
Max Weber già aveva usato un’espressione simbolica: la “gabbia di ferro”; le istituzioni e le strutture della società tecnologica limitano pesantemente le nostre scelte, sia s ociali che individuali. E, in più (come discusse ampiamente già Alexis de Tocqueville), l’individualismo di soggetti “rinchiusi nei loro cuori” (individualismo tanto inculcato, per esempio, dalla televisione e ampiamente promosso dal mercato) non induce a partecipare attivamente alla cosa pubblica politica, dato che diventa preferibile starsene per i fatti propri a godere le soddisfazioni della vita privata (finché almeno il governo in carica, qualunque sia, offrirà una larga distribuzione dei mezzi di tali soddisfazioni).

LO STATO LEVIATANO
L’immagine scelta da Tonalestate (“L’incubo”), del protoromantico di origine svizzera Johann Heinrich Füssli (Henry Fuseli), desidera condurre a riflettere come sull’umanità incomba l’odierna politica del mondo tecnologico, con l’ingiustizia di molte sue leggi, con la perversità di molte sue istituzioni e con l’indecorosità di molti suoi decisori (“los de arriba”), i quali sembra proprio possegg ano capacità inquietanti (come l’incubo dell’immagine di Füssli, appunto) di trasformazione e di mutamento.
In questo contesto, la “politica” può essere ancora intesa nel suo significato originario, come costruzione e difesa di realtà comunitarie, sociali, culturali e umane? E: queste realtà come possono sopravvivere all’interno del cinismo tecnocratico, giuridico e militaresco, che le società dello “sviluppo” stanno imponendo?
Non si tratta di un’imposizione esplitica né di un effettivo controllo dispotico, ma di una voluta frammentazione (è un nuovo volto del “divide et impera”), su cui si dilunga oggi l’opera illuminante di molti, ma soprattutto del canadese Charles Taylor, frammentazione operata soprattutto dagli strumenti culturali e propagandistici del potere: si vuole che la popolazione sia sempre più incapace di darsi finalità comuni da realizzare. E, nel gioco della molteplicità sempre più frenetica degli eventi che si annull ano e dei dibattiti culturali, o sedicenti tali, che sono intrinsecamente interminabili e irresolubili, la gente si intruppa in un regime atomistico, incapace di progetti comuni e incapace di fedeltà; se ci sono raggruppamenti, sono molto, molto parziali.
Così, ricordando Hobbes, siamo disarmati di fronte allo Stato-Leviatano. E il cittadino prova un senso di grande impotenza; per cui, viene a farglisi abituale la convinzione che la politica “per un principio superiore” sia un’ingenua utopia; egli allora non lotta più, getta la spugna (e, tra l’altro, la partecipazione al voto declina).

LA FRAMMENTAZIONE
Eppure, si dice (dicono cioè il potere e la mentalità comune): nel nostro mondo ci sono le proteste, ci sono i “disobbedienti”, ci sono le libere iniziative, ci sono le sfide irriverenti all’autorità; e ci sono tanto che si fanno a nche evidenziare attraverso quei sondaggi davanti ai quali “los de arriba” tremano.
Ma dobbiamo rispondere che costoro propugnano interessi e cause particolari; anzi, non appena la causa si fa più ampia e complessa, nascono all’interno i franchi tiratori, ci sono le scissioni, la causa si suddivide e si frammenta in molte più singole e particolari sottocause, giungendo anche (vedi certe questioni dette “ecologiche”) a contrapporsi e a contraddirsi. La politica delle singole questioni (vedi quella, plateale, dei referendum parzialmente abrogativi), pure lodevole come attenzione ad aspetti singoli che sarebbero da esaminare nel complesso unitario della gestione politica, indebolisce l’iniziativa democratica.
E, in più, si dice: ci sono, oggi, le importantissime mosse giudiziarie e legali, quelle dei tribunali e dei ricorsi, le quali intervengono a correggere le decisioni politiche; oggi, si vanno moltiplicando. Ma si risponde che la lotta sul terreno giudiziario, la quale si intreccia con quella sulle singole questioni, ne ha il medesimo vizio di parti colarismo e di parzialità, almeno finché non si addiviene a un unitario nuovo disegno legale costituzionale.
Comunque, si dice: se ci sono innumerevoli lotte sulle singole questioni e se ci sono continuamente correzioni giudiziarie, siamo in una società che difficilmente può dirsi dispotica.
In realtà, se bene guardiamo, possiamo rispondere che, proprio là dove predominano la lotta politica sulle singole questioni e le lotte sul terreno giudiziario (o giuridico-referendario), proprio là i progetti comuni e le iniziative democratiche del giusto tipo diventano più difficili da attuare. E ciascuno, o ciascun gruppo, come atomizzato, mira ai propri progetti e diritti, strumentalizzando tutto al proprio fine, senza alzare uno sguardo alle conseguenze che ciò può avere a livello globale, al livello, cioè (se si può ancora usare questo termine parlando di politica), del “bene comune” o del “principio superiore”.
E, perciò, il sistema democratico è frammentato, fino a giungere a un tipo di società e di convivenza in cui è difficile riconoscersi uniti. L’analisi di Charles Taylor mostra quanto gli uomini stessi della politica siano oggi esempio di questa frammentazione, con i loro dibattiti slegati e autopromozionali, con le dichiarazioni fatte al volo, con le loro promesse incredibili (quando non poi cinicamente dimenticate), con i loro attacchi a livelli a dire poco vergognosi (avendo anche a vantaggio l’impunità garantita).
L’aggiunta al titolo (“los de arriba y los de abajo”) vorrebbe proprio dire che la politica crea spesso la separazione anziché unire, una separazione che non è più soltanto tra ricchi e poveri, tra nord e sud, tra classi; la separazione è anche all’interno di una classe, all’interno dei ricchi, all’interno dei poveri, all’interno dei nord e all’interno dei sud; anche tra chi lotta per la giustizia si formano le fazioni in lotta. E il livello nobile dell’idea e dell’azion e politica, richiamato dal titolo scelto (“Per un principio superiore”), tramonta.
Non si tratta, perciò, di una dittatura nel senso classico; e già Alexis de Tocqueville parlava di un “immenso potere tutelare”, distinguendolo dalla tirannia tradizionale; si tratta di un dispotismo morbido che, attraverso l’eldorado del benessere promesso e apparentemente garantito dal mercato, lo Stato burocratico usa, in questa età della tecnica che tutto organizza e organizzerà, per indebolire l’iniziativa democratica: e gli uomini arrivano facilmente ad accettare l’immenso “potere tutelare” di un governo, qualunque esso sia.

RESISTERE
Il titolo di Tonalestate è accompagnato da una frase di Machiavelli, tratta dal Principe: “Si vede, per esperienza né nostri tempi, quelli principi avere fatto gran cose che della fede hanno tenu to poco conto e che hanno saputo con l’astuzia aggirare e’ cervelli degli uomini”.
Essa riflette il discreto pessimismo dell’esperienza negativa, la quale farebbe dire che realtà umane, sociali e politiche di questo tipo, che agiscano cioè “per un princi pio superiore” e per l’uomo, sono oggi introvabili. Essa dice che anche i grandi ide ali vengono spesso utilizzati per interesse; là, era l’ideale della fede, ma si può rapportare la frase ai grandi ideali di propagandata giustizia col mito della razza, con quello del socialismo, con quello della democrazia americana da esportare e così via. Bisognerebbe, forse, al riguardo, riprendere e ampliare la considerazione di Emmanuel Mounier quando diceva che la nuova rinascita (o rinascimento) doveva essere duplice, «personnaliste et communautaire», altrimenti «verranno presto i legisti e i borghesi del collettivismo, simili ai legisti e ai borghesi dell’individualismo, come loro parassiti di una grande causa e come loro nefasti».
E la responsabilità che Mounier attribuiva all’intellettuale e al suo “engagement”, richiamandolo a «refaire la renaissance», vorremmo non ci facesse cedere alla tentazione di disertare ogni impegno; vorremmo non ritirarci, ma cercare di resistere, almeno culturalmente, in fronte (e all’interno) di un contesto culturale, economico, sociale e politico morbidamente illiberale, quando non “legalmente” (cioè tecnicamente) oppressore e ingiusto. E a ciò viene in soccorso il realismo dello sguardo: esso, che ci fa guardare con Rimbaud ai “criminali che insanguinano i secoli”, non può non farci guardare, anche, al positivo.
E non è necessario rifarsi solo a Mounier o, molto addietro, a Tommaso Moro; anche in tempi recenti abbiamo avuto e abbiamo la testimonianza di persone e di aggregazioni che vivono la politica come servizio alla giusta convivenza e al giusto progresso umani, persone e aggregazioni che nell’azione politica sono antagoniste allo strumentalismo e all’atomismo generati dal mercato e dallo Stato burocratico tecnologico.
Per indicare tali persone e tali aggregazioni, si utilizza normalmente il termine di “disobbedienti”, facendo così di ogni erba un fascio. In esse, non in tutte ovviamente, le diserzioni possono essere nobili e giusti possono esserne i disaccordi, a patto che già vi si stia mettendo in atto la costruzione di realtà comunitarie e umane che, al loro interno, sperimentino un tipo di vita e di rapporti diverso e nuovo rispetto a quello cui vanno a porsi di fronte.
Queste sono resistenti isole di umanità in disaccordo con quella tecnocrazia e quella burocrazia che, per rispondere alle nuove regole degli Stati o alle condizioni del mercato e dell’economia, addirittura ci porterebbero a compiere scelte e ad adottare decisioni che sono contrarie all’umanità e al buon senso. Guardando a esse, che hanno aspetti di testimonianza proponibili e fattibili, si è aiutati a superare i fattori fondamentali (la frammentazione e il senso di impotenza) che degradano la democrazia sociale, lasciandovi serpeggiare quell’individualismo superficiale che è indotto dal potere tutelare.

LA BELLEZZA DELL’OGGI
C’è dunque molta miseria, ma c’è anche molta grandezza: è ciò che diceva Pascal dell’essere umano.
E, all’interno di questo miscuglio di pericolo e di possibilità positiva, sta la bellezza di un impegno, che sarà forse lungo e che deve avere molti livelli di lotta (intellettuale, spirituale, politica), per potenziare la democrazia vera.
A ciò, anche Tonalestate vuole collaborare, assumendosi di affrontare l’argomento della politica nelle sue molte sfaccettature; si tratta di una, sia pure piccola, azione di resistenza, se non altro svolta attraverso la formazione di uomini.

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